sabato, 17 febbraio 2007
La scatola delle pastiglie per la pressione deve stare in bagno, sulla mensolina, vicino al dentifricio e allo spazzolino, non nell'armadietto dei medicinali, che nel mio caso e' un armadio a due ante. Il rito e' sempre quello, lavarsi la faccia, poi i denti, poi uno sciacquo col collutorio indi pastiglia per la pressione, con bicchiere di acqua' tiepida. Isa deve ancora imparare che un vecchio al mattino non si mette gli occhiali e non vede dove e come sono le cose. Quindi le sue cose devono essere li', come per il prete sull'altare, le cose non possono essere in un altro posto. Il mattino e' la mia messa cantata all'esistere, all'essere, le pastiglie per la pressione sono la mia liturgia eucaristica, la mia comunione col mondo. stavo per battere un pugno,per la rabbia, ma non avevo nulla su cui batterlo, cosi' picchiai il bastone per terra, sulle cortecce che decoravano la spalliera di rose, in prossimita' di un arbusto che qualcuno aveva piegato a forma di croce, legando i rami con del fil di ferro. Si sollevarono delle scaglie di corteccia, e un piccolo riflesso colpito di traverso dalla luna, illumino' una catenina d'oro, spezzata, con una medaglietta sottile, la misi in tasca e rimestai un po' col bastone nel punto dove l'avevo trovata, ma la poca luce non mi fece veder altro che terra e lombrichi. Li guardai quasi con affetto, in fondo, fu un lombrico a farmi scoprire il dolore quando da ragazzino andavo a pescare e il fremito che avevano quando li infilavi sull'amo mi faceva capire che il dolore era ovunque, in quel lombrico infilzato, nell'ansimare dei pesci fuor d'acqua, in quel loro morire soffocati d'aria, nelle farfalle dalle ali consunte che morivano ronzando dentro ai cespugli di rosa canina. Per un qualche motivo scoprii troppo presto il dolore dentro la felicita' meravigliosa della primavera, del nonno che ti accompagnava per il boschetto e ti insegnava i nidi delle serpi, a distinguere i merli, a fischiettare , quel nonno che mi insegno' per primo che le persone muoiono e che invecchiare e' un lusso non a tutti permesso. Mi prende sempre questo senso di rincorsa al tempo quando sta' per spuntare primavera,
non so dormire aspettando questo immenso regalo della bella stagione. Alle tre di notte riesco a passeggiare per il giardino con le stesse forze di 40 anni prima. L'intiepidirsi della notte mi fa risorgere,
e guardo la panchina con lo sprezzo di un giovane. Piu' in la' , c'e' un ombra nera, che camminava lenta lenta, col ritmo di un giorno ozioso, la sentii tirar su col naso, e come a un padre mi basto quel rumore per capire che era la mia isa. Io in pigiama e cappotto, lei con una mantellina in lana, come non ne vedevo dagli anni sessanta sulle spalle delle vecchie.Non le vedevo la faccia, ma avrei scommesso sul rosso dei suoi occhi, si accorse di me dallo schioccare di qualche secco ramo, come il suono di una parola di saluto.
Ci guardammo silenziosi, ci sapevamo calcolatori di effemeridi, con la speranza che questa luna passasse presto. Era sfinita, povera ragazza fuori dal suo tempo, quando le sfiorai la spalla, ebbe un fremito da lombrico.Era dolore. Lo so riconoscere.
mercoledì, 14 febbraio 2007
LA MELODIA DEGLI INSONNI
Non era stato facile cancellare tutto, spazzare via i frammenti di ossa e la polvere dal pavimento. No, i frammenti d’ossa non c’entravano, non erano nella casa del Dirimpettaio.
Isa si confondeva di frequente, dopo la discesa nei sotterranei del palazzo, dove per secoli erano stati seppelliti tutti quei cadaveri. Era debole e disorientata perché non riusciva a dormire e non riusciva a dormire perché i morti cantavano.
Cantavano per sovrastare il rumore del traffico e il crepitio delle fiamme che avevano avvolto padre Agostino e le sue prefiche, partendo dai piedi e salendo su, fino all’ultima ciocca di capelli.
A Isa pareva di vederle, quelle donne terrorizzate legate a un palo e, a volte, nel cortile del condominio, s’improvvisava Giovanna D’Arco. Si piazzava in piedi, con le mani dietro la schiena e le gambe giunte, il mento in aria in un’espressione di sfida per il cielo e l’inferno e si metteva a gridare che le stavano andando a fuoco le carni.
Nessuno le badava. Erano tutti troppo occupati dall’arrivo dei rinoceronti nel quartiere e dall’insolita epidemia di peste fuori stagione. Solo la Papajaga le sorrideva. «Avrebbero dovuto seppellire anche quella povera figlia» raccontava, «quella di cui il mio povero Paolo era innamorato e che fu uccisa dall’Asmodeo Lucherini, ma non sono arrivate in tempo».
Isa allora smetteva di strillare e si sedeva accanto alla vecchia. «Chi sono le beghine, oggi?»
La Papajaga scuoteva la testa: non gliel’avrebbe mai rivelato. Poteva essere chiunque. La questione, del resto, era priva d’importanza.
E intanto i morti cantavano, con voci cristalline da far invidia all’angelo della mansarda. Erano contenti che i carabinieri li avessero trasportati in un bel cimitero arioso, dopo tanto tempo trascorso senza vedere la luce del sole.
lunedì, 12 febbraio 2007
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Casa mia e' un posto mio, e' mio tutto quello che c'e' dentro, compresa l'aria, che se e' viziata e' colpa mia perche' mi coccolo tutto quello che e' mio. Isa non puo' venire qua' a dirmi di passeggiare fuori che cambia l'aria.
Non puo' dirmi che la mia aria non va bene. Non puo' rompere le palle a me che non sono suo padre come a un padre. Non puo' ma lo fa. Non so che tipo di reato sia, ma un qualche tipo di reato lo ha commesso.
Ed io, vittima di un reato che non conosco, sono qui in giardino, lato primavera, per via degli odori di fiori di mandarino, per via di un oleandro e di un baobab che solo al confine con l'estate, con un treno, con qualcosa di azzurro che sa di cielo e non di politica. Cosi' guardo i riflessi sul blu della macchina dei carabinieri, commovendomi, ma poco, pochissimo, quasi nulla, al ricordo della vecchia alfa 6 che era diventata il mio carro armato, la mia casa sull'albero, il mio inviolabile rifugio. E il ragazzino Sorenza che era seduto al mio fianco, quel sottotenentino asburgico e timido, era me stesso proiettato negli anni a venire. Cosi', cammino in giardino, piano, come ai funerali, aspettando senza guardare l'orologio che la liturgia di questa mattinata finisca. Isa ha convocato la sua congrega di pie donne, mi stanno pulendo casa, dicono. Due mesi a letto con l'influenza prima e una broncopolmonite poi, la hanno ridotta parecchio male. Ho trascurato tutto, anche me stesso, ma sopratutto la casa. Cosi' il velo di polvere che era l'abitudine si e' trasformato in una coltre che avvolgeva tutto e tutto dipingeva di grigio. Ero grigio anch'io allo specchio, stamattina, mi sono fatto la barba con lo spirito di chi scalava a malincuore il carso durante la guerra, non sono riuscito , per quanto mi sforzassi, a pensare alla morta e al cumulo di storie sotto il condominio, mi godo questo sole e questa brezza, me li sento addosso come stampelle che mi sorreggono, come olio sulle ruote di questo corpo, vecchio carro della salmeria dopo la guerra dei cent'anni. Mi sento cigolante, mi manca un po' il respiro,
mi manca poter furmare una sigaretta in quest'aria fresca. Pero', per la prima volta in vita mia, il frullare di ali di passero non mi fa girare di scatto, non mi spaventa il frusciare dei merli, ne lo schioccare secco dei rami sotto i passi di isa. Abbiamo finito -dice. Di gia' ? - rispondo. Mi ha portato una tazza di the' caldo, buono, con tanto limone, come piace a me. La guardo negli occhi, che occhi belli e disperati, che ha, questa ragazza, come un padre egoista vorrei che non si innamorasse mai, ma un lampo di luce, una piccola saetta nel suo sguardo mi dice che saro' deluso. Vorrei farle una carezza, ma un vecchio non puo' , in fondo lei mi ha cambiato l'aria.
lunedì, 15 gennaio 2007
MARA (SALMO 22)
Cosa credi, lo so che mi hai abbandonata. Io ti prego e tu non rispondi. Soprattutto la notte avrei bisogno del tuo conforto, quando i topi ballano sul pavimento di pietra e i miei carcerieri si divertono con quello ch'è rimasto del mio corpo.
In te sperò mia madre e neppure a lei desti consiglio.
Figurarsi a me, che sono la più misera delle donne.
Eppure tutto ciò che ho fatto, è stato in nome tuo. Ieri ero convinta di essere nel giusto, oggi non so.
Mi pare che tutti muggiscano come tori e io - io non so più ascoltare.
Mi sto sciogliendo, le mie ossa presto saranno meno che polvere.
Sarò il vento, sarò l'acqua del grande fiume e ai pioppi racconterò la mia storia.
Il mio cuore s'è fatto di cera, basterà la prima lingua di fuoco per ridurlo in poltiglia. E la mia bocca è secca, come la terra che sto per inghiottire. Quanti sono, i cani che latrano dopo il tramonto. E le parole che mi restano da pronunciare.
Non ripeterò piangendo il tuo nome, ma quello dei morti che ho seppellito: è da loro che voglio tornare...
martedì, 28 novembre 2006
COSI' NON SI POTEVA CONTINUARE
Il processo durò parecchie settimane. I giudici secolari furono molto scrupolosi nei loro interrogatori, così come i carcerieri durante le torture.
Ada morì dopo nove giorni appena: quando l'appesero nuda al soffitto, con un peso legato ai polpacci, il suo vecchio cuore non resse e si fermò.
Quella notte il giudice confidò a Mariano da Benevento (inviato dal vescovo affinché vigilasse sullo strano caso dei cadaveri trafugati dal frate e dalle sue beghine) di essere soddisfatto: a lungo aveva guardato Ada negli occhi e non aveva dubbi sul fatto che avesse venduto l'anima al demonio dai piedi rivolti all'indietro.
Il corpo della donna fu bruciato nella piazza del paese e le sue ceneri furono sparse in campagna, ai piedi di un grande olmo.
Il giorno successivo Padre Agostino fu di nuovo interrogato.
Il frate era impaurito. Temeva di fare la fine di Ada e aveva le mani e i piedi rosicchiati dai topi. Desiderava raccontare (non importava che fosse ormai la decima volta!) la storia di Rosetta, ragazza nubile morta di parto con un'Ave Maria sulle labbra e quella di Geppo, il soldato di ventura che aveva dato la vita bestemmiando per salvare il piccolo Michelino.
Desiderava essere creduto. Voleva il sole sulle braccia e sulla testa, dopo giorni e notti trascorsi nei sotterranei senza luce. Oppure una morte rapida.
Ma la corte e Mariano erano più interessati alla cantina della casa di Mara, che Padre Agostino aveva trasformato in una cappelletta, con tanto di altare e crocefisso.
L'uomo aveva un bel spiegare che, là sotto, lui e le donne si erano limitati a restituire dignità a coloro che erano stati gli ultimi fra i figli di Dio. La cittadinanza intera reclamava giustizia per i campi poco fertili, i pozzi essiccati e il figlio del mugnaio che era nato con un braccio più corto dell'altro.
«Che cos'avete fatto dei corpi di Rosetta e del suo bambino? Li avete usati per i vostri scellerati rituali?» domandò il giudice sollevandosi di una spanna dallo scranno.
«Signornò. Rosetta mi disse: "Padre, in nome della Vergine, almeno dopo morta voglio stare in pace. Portatemi nella vostra cappelletta. Quella dove c'è silenzio e le lapidi son tutte senza nome". Le sue parole mi stupirono, perché non riuscivo a capire come avesse potuto venire a conoscenza della chiesa sotterranea e di tutti i poveri diavoli che vi avevamo sepolto. Ma tant'è...» si strinse nelle spalle «Oggi so che le chiacchiere camminano rapide come le menzogne. Portammo Rosetta e il neonato nella casa di Mara e là le donne li lavarono e misero loro indosso dei vestiti puliti. Poi li seppellimmo. Senza nome, come sono stati interrati tutti gli altri. Se questo è peccato, non lo so. Davvero, non lo so più e non oso domandarlo a Dio.»
Fuori, intanto, la gente era inquieta. Il rogo doveva essere acceso al più presto. Possibilmente entro la fine dell'inverno, dato che non se ne poteva più di tutto quel viavai di streghe.
La Mara, la Betta e le altre, insieme a quell'assatanato di Padre Agostino, di notte si cospargevano di un unguento fatto con sangue di pipistrello, fuliggine e raschiatura di campana e volavano a cavallo dei loro caproni, spargendo il malocchio sui campi. Così non si poteva continuare.
domenica, 29 ottobre 2006
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Aggiornamento :
non e' che stiamo facendo qualcosa in particolare per cui non viene scritto nulla sul blog, e' che io non ci sono piu' con la testa da un po' . Pregasi portare ancora piu' pazienza.
giovedì, 12 ottobre 2006
postato da zuppamara alle 14:20 in |
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Non e' che siamo fermi... e' che ci sono troppe idee e non sappiamo quali scartare, portate pazienza
lunedì, 18 settembre 2006
Pioveva
Pioveva, il cielo scaricava un acquazzone pesante per le spalle di Agostino, trascinare il morto era il meno,
attraverso il pantano che arrivava a meta' degli stinchi con quell'acqua fredda che accecava e gli inondava la schiena di rivoli era il vero sacrificio. Lo straniero dalla faccia scura , quasi dimezzata dal colpo di spadone stava perdendo la fisionimia di uomo, col fango che si appiccicava, appesantolo, su tutto il corpo sembrava ormai piu' un sacco con due lunghi manici. Era morto da molti giorni, i topi gli avevano divorato le cosce e i bicipiti, le parti piu' polpose. Un soldato di ventura , col la cotta di ferro addosso, che pesava , come pesava ormai tutto di lui. Lo videro , qualcuno lancio' un fischio, mettendosi le due dita tra le labbra. Agostino non se ne curo', stava per svenire, lo sentiva, la testa gli girava, alla fine , dopo un lunga sequela di colpi di tosse, Agostino cade a terra e avrebbe voluto non piu' rialzarsi, non ce la faceva a reggersi in piedi. Quell'uomo era la sua croce , la salita alla chiesa il suo golgotha. Chiamo' Gesu' in aiuto e riprese la posizione eretta, tolse piu' cose possibili al cadavere, tolse fango e armi,abiti e sassi. se lo carico' sulle spalle, con mezza faccia a penzolone, con le mani legate da uno straccio e messe intorno al collo, coi piedi legati alla cintura, Agostino cammino' per altri lunghissimi metri, in salita. Cadde altre due volte e si rialzo'. Mara lo vide, tra la pioggia, figura di spirito, fantasma tra l'acqua e la terra. Scarico' il suo fardello sulla porta, ando' a distendersi togliendosi i panni fracidi e freddi vicino al camino. Fumava di vapore. Passo' un ora e la pioggia smise di cadere, cerco' il cadavere fuori dalla porta, era scomparso. Sapeva chi lo aveva portato via. Sapeva tutto , torno dentro e senza porsi altre domande, sprofondo' nel sonno del giusto. Senza Sogni. Lo risvegliarono tre forti battiti alla porte, quasi fecero tremare i gangheri. Aprite- Tuono' una voce dall'esterno. Il sole era alto, ed altissimo gli sembrava l'inviato del vescovo. Speriamo abbia sbagliato strada, penso' Agostino, ma lo sguardo truce di Mariano da Benevento, quei suoi occhi piccoli e neri piantati nei suoi gli dissero che quell'uomo era li' per lui.
domenica, 03 settembre 2006
«PROVA AD ALZARE LA TUA MANO PER TOCCARE LE NUBI»
Devo pregare per capire - e comprendere per avere ancora la forza di pregare.
Perché i morti mi afferrano la veste, perché mi supplicano piangendo. Nessun uomo timorato di Dio dovrebbe ascoltare il loro lamento: sono singhiozzi che fanno impazzire.
Ieri, poco prima del tramonto, stavo percorrendo la strada che porta al granaio. Pensavo alle mani di Ada, con le vene gonfie sul dorso. Stavano ripulendo la faccia blu dell'impiccato e lei mi diceva: «Padre Agostino, bisogna prendere una decisione. Queste povere anime, le dobbiamo mandare in paradiso».
Che cosa ne sa, questa vecchia ignorante, del paradiso. E tutte loro, che cosa vogliono da me. Mi guardano come se fossero sulle spine e aspettassero il gesto e la parola risolutivi.
Ormai abbiamo raccolto, lavato e seppellito sette cadaveri. Di solito lavoriamo indisturbati nel silenzio della sagrestia, ma l'altra notte abbiamo dovuto spostarci nella cantina della casa di Mara. La donna aveva preparato un tavolaccio e un piccolo altare, mentre noi trafugavamo il corpo del suicida.
Quando arrivammo, Mara ci stava aspettando sulla porta, per farci luce. Una delle sue magre e bianche mani era contratta nervosamente sul ventre. «Portatelo giù» disse in un soffio e noi obbedimmo, senza esitazione.
lunedì, 28 agosto 2006
l'altro ieri, 500 anni fa.
Padre Agostino fece appena in tempo a battezzarlo e marcellino, nome del santo sul calendario di quel giorno, spiro'. L'inverno era al suo culmine, stava nevicando da quattro giorni,gli alberi schicchiolavano e qualche ramo sottile si spezzava , scrivendo rune di legno sul sentiero,le vetrate della piccola chiesa erano velate di una bruma sottile che distorceva la luce, smorzandola e proiettando inconsueti ghirigori colorati sull'altare.Agostino si piego' sul piccolo cadavere, appoggiato su una panca vicino al battistero, Marcellino poteva esser nato due o tre giorni prima, il cordone ombelicale tagliato alla buona,la pelle livida , uno straccio in bocca per non far sentire i suoi pianti, ci aveva provato, ma non c'era stato modo di salvarlo, il piccolo era rimasto davanti alla chiesa tutta la notte e a nulla valsero gli sforzi di padre Agostino per sottrarlo alla morte. Non c'era piu' fretta , ne di accudirlo ne per seppellirlo ma volle andare immediatamente da Mastro Isaia per farsi fare un cassetta in legno, semplice semplice a mo' di bara, prima di tumularlo in giardino. Trascorse un'ora e Padre Agostino ritorno' verso la chiesa, affondando nella neve fino all'orlo del saio, con la cassetta sotto braccio.
Trovo' una decina di donne che lo aspettavano per la funzione, arrivate con un ora buona di anticipo, per godersi il sollievo del leggero calore della chiesa, dove avevano radunato le fiaccole in un mucchio unico, e per quanto poco , i loro volti si arrossavano vicino alle fiamme, rimase vittima della loro curiosita' e dovette raccontare loro l'accaduto. -Se vuole-, disse la piu' anziana,- ce ne occupiamo noi, abbiamo tempo-. Ci penso' : scavare in giardino , con la terra indurita ,ridotta a granito dal gelo avrebbe messo a dura prova la sua schiena gia' malandata, la cosa andava comunque fatta e acconsenti all'ufficio, tanto piu' che non aveva ancora trovato un becchino ufficiale e quelle donne cosi' volenterose sembravano mandante dal signore. Si senti in dovere di fare anche una piccola cerimonia, datosi che il povero marcellino era un battezzato e ne aveva diritto, discusse con le donne e loro si dichiararono d'accordo. Cosi' la funzione serale divento' un funerale.Agostino mise le spoglie mortali di Marcellino nella cassetta e la appoggio' a terra di fronte all'altare.
Appena videro il corpo del piccolo, le donne cominciarono a piangere , prima una, poi le altre, in un sommesso crescendo di preghiere e lacrime. Qualcuna si graffio' le guance nel pathos, altre cominciarono a intonare un canto funebre che Agostino non conosceva. Tacquero solo a sepoltura avvenuta, Agostino pianto' una piccola croce col nome e un unica data: 9 gennaio 1506. Maria, Giuditta, Sara, Giulia, Maddalena,Marta,Ada,Mara , Elda ed Elisabetta si guardarono , sentivano di aver condotto l'anima di Marcellino verso il paradiso, di averla guidata stando loro a capo, e' lecito preficere, si dissero, e' lecito condurre un anima nuova verso il signore, verso la sua' pieta con la loro pieta' e il loro dolore.
Tra loro cominciarono a chiamarsi "prefiche". Si ritrovarono meno di un mese dopo, quando il cadavere di una ragazza di non piu' di sedici anni venne ritrovato in fondo ad un fossato, la poverella era morta di parto , con le coscie sozze di sangue e un pezzo di placenta stretto in mano. Nessuno sapeva chi fosse o nessuno voleva dirlo, cosi' il capitano delle guardie diede l'ordine di sepoltura fuori dalle mura. Furono le dieci donne a presentarsi per richiedere il cadavere, chiedendo per la ragazza il permesso di un funerale che il capitano accordo' all'istante, sentendosi l'anima sollevata.
Padre Agostino celebro' la cerimonia e si ripete' la stessa cosa dell'altra volta le prefiche piansero e si disperarono, cantarono le loro canzoni con un fil di voce, pianissimo e urlarono di dolore, seppellirono la ragazza di fianco alla tomba di Marcellino, pensando che fosse stata la madre del piccolo.
Accesero due candele , coi fiocchi argento e rossi, in loro memoria, e ristettero in silenzio finche' il vento non spense i ceri, subito quello di Marcellino, poco dopo quello della ragazza.
Era il due febbraio, un tiepido sole portava il disgelo, l'acqua cantava nelle rogge , la terra diventava fango, alla sera, Bartolo , il mugnaio confesso' a Padre Agostino di aver trovato la ragazza morta col figlio ancora vivo stretto tra le braccia ed averlo portato lui alla chiesa. Disse che non sapeva chi era la ragazza, anche se gli pareva di averla vista a servizio da un mercante di grano, nel paese vicino, non lo assolse perche' quello che aveva fatto era tutto tranne che un peccato, lo osservo' allontanarsi sollevato. -Cosi' -si disse Agostino, -le donne avevano ragione, avevano sentito che Marcellino era figlio della ragazza. Gli parve di sentire l'eco dei pianti delle prefiche sotto la cupola e qualcosa gli blocco' la gola. Bevve un goccio di vino e usci' a guardare le nuvole diradarsi e scoprire la luna, si inginocchio' all'altare e prego' fino a notte fonda.